Contrappunti

Questo spazio è a disposizione per realizzare interviste, per ascoltare opinioni e proporre dibattiti su temi “musicali”, ovvero sulla didattica, sul ruolo sociale dei docenti, sui finanziamenti provinciali, sui rapporti tra istituzioni educative, sulla musica popolare dell'arco alpino, e quanto di comune interesse.

I contributi saranno a firma dei docenti della Scuola di Musica, ma anche gli allievi della Scuola di musica sono invitati a proporre dei loro scritti. I pezzi vanno inviati a Mauro Franceschi, curatore della rubrica, all'indirizzo: Mauro.Franceschi@provincia.bz.it.

Guglielmo Barblan (Siena, 1906 – Milano 1978): un critico per tutte le stagioni. Parte prima.

La critica musicale durante il regime fascista e nell’immediato secondo dopoguerra sulle colonne dei quotidiani "La provincia di Bolzano" e "Alto Adige". Di Giuliano Tonini.

Guglielmo Barblan
Guglielmo Barblan

Guglielmo Barblan (Siena, 1906 – Milano 1978): un critico per tutte le stagioni

1. Un ritratto biografico
Guglielmo Barblan fu scelto agli inizi di ottobre 1932 a ricoprire l’incarico di docente di violoncello presso il Liceo musicale “G. Rossini” di Bolzano. Barblan faceva parte della rosa dei tre candidati ritenuti idonei (gli altri due erano Adolfo Fantini, che poi subentrò a Barblan nella cattedra di violoncello, e Giorgio Lippi) dalla commissione giudicatrice istituita per vagliare le candidature presentate in seguito al concorso bandito ancora a luglio e di cui facevano parte Luigi Forino del Conservatorio di Roma, Gino Francesconi del Conservatorio di Firenze, entrambi di nomina ministeriale, e Nerio Brunelli del Liceo Musicale di Pesaro nominato dal Comune di Bolzano (Delibera comunale 4465/1932).

Barblan, pochi mesi prima del suo arrivo a Bolzano, aveva firmato sulle colonne del giornale romano L’impero in data 3 giugno 1932 un Profilo del Maestro Mario Mascagni, direttore dell’allora Liceo musicale “G. Rossini” di Bolzano, evidenziando la sua “più grande battaglia d’arte combattuta vittoriosamente […] quando egli nel 1927 fu chiamato a reggere le sorti del Liceo Musicale Pareggiato di Bolzano. Battaglia d’arte nel più significativo senso, giacché si trattava di sbaraccare da quella scuola, che era considerato l’ultimo baluardo di difesa del nome tedesco, tutto il vecchio corpo insegnante, non solo, ma le idee che da decine di anni si andavano infiltrando fra i giovani.” Non è da escludere che all’origine della scelta di chiamare Barblan a far parte del corpo docenti del Liceo musicale “G. Rossini” ci fosse la volontà del maestro Mascagni di coinvolgere Barblan in questa ‘battaglia culturale’ in terra atesina. Barblan fu incaricato a fine novembre 1932 a tenere anche il corso di Storia ed estetica musicale per l’anno scolastico 1932/1933 “viste le qualità e le competenze per l’insegnamento in parola.” (Delibera comunale 5317/1932)
Il percorso formativo del non ancora trentenne Barblan è tratteggiato dal musicologo Federico Mompellio (1908-1989) nel suo saggio introduttivo al volume “Studi di musicologia in onore di Guglielmo Barblan in occasione del LX compleanno” (S. Olschki, Firenze 1966) in cui le firme più prestigiose della musicologia italiana del tempo omaggiarono il ‘decano’ della musicologia italiana e primo presidente della Società Italiana di Musicologia fondata a Milano, presso il Conservatorio “G. Verdi”, il 29 febbraio 1964:

La natura autentica del proprio interesse verso la musica Guglielmo Barblan l'ha chiarita attraverso varie esperienze, maturate lungo una giovinezza intensa. Il loro compiersi parrebbe seguire un itinerario prestabilito; in realtà esse costituiscono le tappe d'una illuminazione interiore. Se gli studi umanistici hanno provveduto il Barblan del bagaglio culturale indispensabile al futuro studioso, il coronamento di essi con la laurea in legge sembra rispondere alla sua dote costitutiva, che vorrei definire il bisogno di certezza basata sul diritto: dote qui intesa, naturalmente, nel significato migliore di consigliera preziosa in scelte di rilievo. Accanto a questa formazione egli poneva quella musicale raggiungendo, sotto la guida di Hugo Becker, il dominio del violoncello così da svolgere attività concertistica, e allo scopo di ampliare le conoscenze, coltivando la composizione fino al conseguimento del diploma. […] Alle esperienze ricordate, altre ne accompagnò il Barblan nella sua molteplice preparazione. Entra nel giornalismo, sempre sub signo musicae, e rafforza e affina in tale palestra, a lui congeniale, l'innata facilità per uno scrivere agile e gustoso al quale affida limpide, precise idee. A Bolzano intraprende la carriera d'insegnante e si rivela organizzatore capace. In tanto fervore d'attività una tendenza viene a prevalere sulle altre e rende manifesto il loro valore propedeutico: il giovane, che a Roma aveva ricercato le lezioni di Fernando Liuzzi, si sente attratto dalla musicologia, sceglie per definitivo questo cammino e chiede il viatico al Sandberger [Adolf, 1864-1943]. Che tale indirizzo sia quello vero appare a testimoniarlo un frutto saporoso: lo studio sul Bonporti, l'atto di nascita del musicologo [sancito dal conferimento nel 1943 del premio biennale per una monografia storico-critica conferito dall’ Istituto per la Storia della Musica di Roma presieduto da Ildebrando Pizzetti al suo studio su F. A. Bonporti].

Barblan mantenne la docenza di violoncello fino al termine dell’a.s. 1935/1936 (cfr. Delibera Comunale 568/13488 del giugno 1936 con cui Barblan veniva “dispensato dal servizio per fine periodo di prova”; nel successivo a.s. gli subentrò Antonio Valisi). Agli inizi del 1933 Barblan costituì un Trio assieme alla pianista Marcella Chesi e al violinista Leo Petroni, entrambi docenti del Liceo Musicale “G. Rossini” e negli anni successivi fino al 1936 svolse una sporadica attività come solista. Nell’a.s. 1936/37 assunse l’incarico di “insegnante di storia della musica, delle materie letterarie e di bibliotecario” (istituito con Delibera comunale n. 734/17277 del 2 agosto 1936) su proposta dello stesso direttore Mario Mascagni che riconosceva in lui “le necessarie capacità e competenze” (Delibera comunale n. 775/18121 del 15 agosto 1936), incarico che mantenne fino alla sua partenza da Bolzano per Milano nell’autunno del 1950. Barblan associò a questo incarico istituzionale anche un’intensa attività di conferenziere in occasione delle più svariate ricorrenze celebrative musicali e non ma anche nell’ambito dei saggi del Liceo musicale “G. Rossini” coinvolgendo anche propri allievi fra i quali Johanna Blum (1920-2005) figura di spicco nel secondo dopoguerra della pedagogia musicale sudtirolese, docente di storia della musica e direttrice del Conservatorio “Monteverdi” dal 1980 al 1981.
Barblan ricoprì anche diverse cariche istituzionali fra le quali la vicepresidenza della Società Dante Alighieri, fu nominato membro del Direttorio del Sindacato provinciale musicisti, capo dell'ufficio stampa della Federazione dei Fasci di Combattimento, fiduciario provinciale del Sindacato musicisti della Venezia Tridentina oltre a sedere al tavolo della giuria di diversi concorsi di natura musicale e non. Il 30 ottobre 1941 sposò a Trento la pianista Marcella Chesi (1901-1998), concertista e docente di pianoforte al Liceo musicale “G. Rossini” fin dalla sua istituzione nel 1927.
Nel secondo dopoguerra Barblan fu reintegrato nell’incarico di storia della musica presso il Conservatorio “C. Monteverdi” di Bolzano, riprese le sue collaborazioni giornalistiche con la testata del quotidiano Alto Adige subentrata ancora nel 1945 a La provincia di Bolzano che aveva cessato le sue pubblicazioni agli inizi di settembre del 1943. Barblan riprese anche la sua attività di conferenziere, curò la stesura delle note ai programmi della stagione concertistica 1948/1949 della Società dei Concerti/Konzertverein, dettò le parole incise sulla targa marmorea posta all’ingresso della nuova sala concerti del Conservatorio inaugurata all’inizio di maggio del 1949 e dedicata alla memoria del maestro Mario Mascagni: “Ideatore primo e appassionato artefice del Conservatorio Claudio Monteverdi Mario Mascagni volle che accanto alle aule di studio sorgesse questa sala ove alta si levasse l'eco della musica ad educare e affratellare gli animi nel nome universale dell'arte.” Nell’autunno del 1950 si traferì a Milano per assumere la direzione della Biblioteca del Conservatorio “G. Verdi” che mantenne fino al 1976 (la moglie Marcella Chesi lo raggiunse agli inizi del 1951). A partire dall’anno accademico 1969/70 tenne anche corsi di storia della musica alla facoltà di Lettere dell’Università Statale.
È ancora alle parole di Mompellio che ci affidiamo per mappare i suoi percorsi e interessi musicologici:

Il primo nella cronologia dei suoi studi è la civiltà musicale cui appartiene il Bonporti. Da quella egli è mosso ad esplorare nelle due opposte direzioni di tempo, indirizzandosi prima verso il nostro melodramma ottocentesco e qui dedicandosi con un impegno tuttora inesausto ad approfondire la figura del Donizetti, poi scendendo verso il Rinascimento per penetrare soprattutto nel fertilissimo periodo che vide il trionfo delle tendenze « moderne ». Ovviamente queste indagini non hanno obbedito a progetti regolatori, ma sono procedute secondo che dettava dentro. Copiosi i risultati, di cui simbolicamente ricordo i maggiori. La conoscenza del Bonporti ha donato alla storia e fortunatamente anche alla viva pratica musicale pagine d'accertato valore. Ecco il risultato d'un'intuizione critica balenata nell'equilibrio fra sensibilità estetica e ricerca storica; nessuna mitizzazione dell'oggetto, ma esatta visione e collocazione di esso nel panorama della musica. Grazie agli scritti sul Donizetti, all'immagine d'un musicista facilone, improvvisatore, capace al più e come per caso di qualche momento ispirato, s'è andata sostituendo quella d'un autentico artista. D'accordo; tale ravvedimento non ha in sostanza mutato nell'estensione l'eredità più viva del bergamasco, ma ha richiamato la critica donizettiana a un etico « modus operandi » e riproposto il superamento di preconcetti ostinati ancora troppo diffusi non solo sul Donizetti, ma sul nostro melodramma in genere. Il lavoro che però ad oggi mi appare il vertice nell'opera del Barblan è il ciclo di capitoli per la Storia di Milano in sedici volumi curata dalla Fondazione Treccani; s'intitolano rispettivamente Vita musicale alla corte sforzesca, La vita musicale in Milano netta prima metà del Cinquecento, La musica strumentale e cameristica a Milano dalla seconda metà del '500 alla fine del '700, L'Ottocento e gli inizi del secolo XX. Qui la fatica musicologica del Barblan a tutto il 1962 ci si dispiega innanzi in una specie di summa ricca e armoniosa.

2. L’esercizio della critica dalle colonne dei quotidiani La provincia di Bolzano (1933-1943) e Alto Adige (1946-1956): osservatorio critico, laboratorio musicologico
Il primo articolo firmato “Guglielmo Barblan” pubblicato sulle colonne del quotidiano locale La Provincia di Bolzano in edicola dal 22 aprile 1927, è datato sabato 4 febbraio 1933. Non si trattava di una recensione a un concerto ma piuttosto di un articolo da Terza pagina, la pagina culturale di un quotidiano. L’argomento non era attinente alla musica classica ma ad un genere musicale limitrofo, che si era prepotentemente imposto nell’immediato primo dopoguerra sulla scena musicale europea con tutta la sua carica di novità dirompente: il jazz. Dopo avere descritto il fascino esercitato dal jazz sul gusto musicale del pubblico europeo, Barblan ne prende le difese contro coloro che troppo affrettatamente ne avevano decretato la ‘morte civile’, con quella vis critica che caratterizza la sua penna:

[…] L'avanzata pareva inesorabile; la sera i nostri amici aprivano a caso l'apparecchio radio e dall'altoparlante tartagliava un banjo, piangeva un saxofono, strillava una tromba; giravano inaspriti tutte le stazioni del mondo, a qualunque ora, e fox e blues e charleston e rumba vorticavano instancabilmente con inesausta frenesia. Non c'era nulla da fare, ai quattro punti cardinali il "jazz" trionfava. […] E c'era infatti che il jazz rappresentava l'unica maniera di sentire musicale del dopoguerra; c'era che questo linguaggio divenuto di colpo universale si adattava mirabilmente a quella strana civiltà violenta ed ingenua, sensuale e pur generosa; e quando una voce è voce sincera e desiderata di tutto un popolo poco possono le sagge pedagogie e i culturali tentativi di opposizione. […] Era la stessa umanità che da qualche anno aveva tralasciato di leggere e di fare stantie meditazioni sull'episodio di Romeo di fronte al cadavere di Giulietta, e non trovava più lagrime per la povera fine di Margherita Gautier, ma si interessava ai poemi meccanici di contemporanei e provava dolcissime nuove commozioni nel vivere i momenti lirici dei motori lanciati, degli ingranaggi d'acciaio che battono le pulsazioni del cuore del nostro secolo. […] Musicalmente il jazz veniva ad unirsi perfettamente a quella nuova letteratura, si adattava mirabilmente a questo nuovo sentire e soddisfaceva con esuberanza al desiderio meccanico del nostro pubblico. Il fatto che le riproduzioni attraverso il grammofono risultavano di maggiore efficacia che non le dirette, convalida questo principio. Tutta una poesia metronometrica, esattamente misurata sfocia gagliardamente da quel vibrante fascio di strumenti dove la più improvvisa libertà si attanaglia alla regola numerica, alla categorica volontà del ritmo. […] Con tutti i difetti che si possono trovare il jazz non è morto e non può morire: al contrario, come certi discoli di qualche ingegno, dopo aver fatto le smorfie a tutto il mondo ed aver fatto uscire dai gangheri tutti i sapienti, troverà cento porte aperte che gli stessi detrattori gli offriranno: se non altro per farlo tacere.

Guglielmo Barblan pubblicò sulle colonne de La provincia di Bolzano fino alla sua chiusura all’inizio di settembre del 1943, 412 articoli firmati oltre che per esteso con il suo nome e cognome anche con le iniziali b., g.b. o con l’acronimo gubar. Barblan non si limitò a firmare recensioni di manifestazioni musicali ma estese l’esercizio della critica anche ad altri settori dello spettacolo e della cultura in generale grazie alla sua formazione umanistica ma anche grazie all’ampiezza dei suoi interessi culturali. Questa imponente massa di articoli (una media di 37 articoli annui, dai 25 del 1933 ai 35 del 1943, con un picco negli anni 1938 e 1939 rispettivamente con 64 e 61 articoli) si può suddividere in 9 diversi ambiti di interesse critico alcuni dei quali documentati lungo tutto l’arco di questo decennio, altri limitati ad un arco temporale più ristretto: le manifestazioni concertistiche (113), il teatro musicale (opere e operette, 56), spettacoli di prosa (124), inviato speciale (8 dal 1934 al 1938), recensioni cinematografiche (66, si interrompono con l’anno 1941), mostre d’arte (10), recensioni di libri, dischi, elzeviri (33), conferenze (1), interviste (1).
Guglielmo Barblan firmò sulle colonne del quotidiano Alto Adige 177 articoli oltre che con il suo nome e cognome per esteso anche con le iniziali puntate g.b. e con gli acronimi Gibi, g.bar, Gubar. Dopo di lui la critica musicale passò nelle mani di Andrea Mascagni (1917-2004). Barblan focalizzò i suoi interventi soprattutto sull’attività concertistica locale, sulle sporadiche manifestazioni operistiche e di prosa, sulle mostre d’arte, incrementando le recensioni a libri, dischi e i suoi reportage come inviato speciale in particolare dal Festival di musica contemporanea di Venezia.
Le sue collaborazioni con il quotidiano Alto Adige, dalle 13 del 1946 alle 46 del 1949, andarono diradandosi negli anni successivi al suo trasferimento a Milano (alla fine del 1950) per cessare del tutto dopo il 1956.
Il corpus di articoli firmati da Barblan sulle colonne dei quotidiani locali si presta a diversi percorsi di lettura riconducibili da un lato all’esercizio della critica musicale nella temperie politica ed ideologica del regime fascista e alla sua ‘revisione-decantazione’ negli anni successivi al secondo conflitto mondiale, dall’altro alla cronaca musicale locale in cui sfilano in una ideale galleria i ‘luoghi’ della musica, il pubblico, i musicisti locali e i grandi nomi del concertismo, della lirica e della prosa transitati sulle scene bolzanine.

3. L’esercizio della critica negli anni Trenta e Quaranta: presupposti ideologici
Barblan non fece mai mistero della sua convinta adesione al fascismo prendendo più volte la parola di fronte al corpo docenti del Liceo musicale e agli allievi per sostenere “il significato morale della Vittoria e della Marcia di Roma” (Südtiroler Heimat, n. 2, Vaduz, venerdì 15 novembre 1935) o per esaltare “la fondazione dell’Impero fascista.” (La Provincia di Bolzano, giovedì 14 maggio 1936).
Commentando il film Il segno della croce girato nel 1932 da Cecil B. De Mille e proiettato nel cinema Eden di via Leonardo da Vinci, Barblan fa questa osservazione: “Perché in Italia non si è ancora tentato di realizzare cinematograficamente una Roma un po’ diversa dalla solita Roma della decadenza e del basso impero? Nobilissimo fine l’esaltazione della Cristianità nei suoi più puri sacrifici e martiri. Ma io credo che fra il Quo vadis, Fabiola, questo Segno della croce e tutte le altre opere sull’Urbe post-augustea, il “clichès” della Roma imperiale che va in giro per il mondo filmistico non sia affatto degno del reale prestigio della “Caput mundi”, maestra di civiltà alle genti di tutto l’Orbe. Perché quindi non servirsi di soggetti più idonei a rappresentare la vera città di Cesare, Augusto, Traiano, Nerva, ecc.? Il “De bello gallico”, quello “civile”, la “Giugurtina”, la “Farsaglia”, potrebbero ispirare più di un regista e non indegnamente.” (La Provincia di Bolzano, domenica 1° aprile 1934).
La ricostruzione della carriera artistica del compositore Ottorino Respighi di recente scomparso, offre invece l’opportunità per una critica ai regimi liberali sulla falsariga del concetto di razza: “Ottorino Respighi aveva iniziato la sua bella e vittoriosa battaglia d’arte in quel decennio che va dal 1910 al 1920, che segnò un periodo difficilissimo per giovani artisti decisi una buona volta a romperla con quella produzione, allora erroneamente ritenuta la vera tradizione musicale italiana. Anni difficilissimi poiché i regimi liberali e democratici se da un lato proclamavano il più assoluto gnosticismo in fatto d’arte, altro non fecero che dare la palma della ufficialità ad una produzione media, adatta per un gusto mediocre e nella quale si andavano perdendo le autentiche caratteristiche della razza. (La Provincia di Bolzano, domenica 19 aprile 1936).
Dall’esaltazione della razza e della stirpe al pregiudizio razziale e antisemitico il passo era breve. La recensione della commedia “Questo non è l’amore” di Giulio Cantini portata sulle scene del teatro “Verdi” nell’allora Corso Vittorio Emanuele III (oggi Viale Stazione) dalla compagnia Ricci-Adani offre il destro per un confronto ‘razziale’: «Otello in sessantaquattresimo» è l'accusa che in un momento di letterario strazio si fa Andrea l'eroe della vicenda: un «Otello» in sessantaquattresimo è un po’ tutta questa commedia. Con la differenza che in quello autentico, il geloso è un moro e almeno un fazzoletto, come prove d'accusa, lo possiede; e qui al contrario si tratta di un bianco, e per di più intelligente, che non possiede neanche la più piccola prova della infedeltà della moglie, ove si tolga la secca e comune calunnia insinuata prima di lasciar la casa, dalla segretaria menagramo.” (La Provincia di Bolzano, martedì 18 ottobre 1938). Più greve riuslta il pregiudizio antisemita: “Nella esaltazione della danza l'azione si arricchisce di alcune interpretazioni danzate di mirabile bellezza. Delle tre protagoniste (di uomini beninteso nel film non se ne parla) la Chauvire, la Slavenska e la Charral una è ancora una bambina dalla faccia indisponente di giudea, ma con ottimo talento, le altre sono danzatrici eccellentissime.” (Recensione del film “Fanciulle alla sbarra” girato nel 1938 da Jean Benoit-Levy e Marie Epstein e proiettato al Cinema Centrale in via della Posta, cfr. La Provincia di Bolzano, venerdì 28 aprile 1939). Notiamo che la promulgazione delle leggi razziali risaliva giusto all’autunno dell’anno precedente.
Le cronache sia teatrali che musicali degli anni Trenta registrano quasi sempre una manifestazione collettiva di adesione al regime: il saluto al Re e al Duce, la “Marcia reale” e l’intonazione della canzone “Giovinezza” (musica di Giuseppe Blanc, testo di Salvator Gotta), capisaldi della liturgia autocelebrativa del regime. Barblan chiude così la cronaca della prima trasmissione di musica sinfonica per le scuole medie organizzata dall’E.I.A.R., l’ente radiofonico nazionale: “Sconfinando nelle più lontane epoche il Ministro dell’Educazione Nazionale Giuseppe Bottai ha rievocato il valore simbolico delle leggende di Orfeo e di Anfione, che oggi tendono a rivivere nella loro verità sostanziale. Del resto non è nel canto di “Giovinezza”, il canto dell’eternità della vita, che si sostanzia la nostra meravigliosa epoca?” (La Provincia di Bolzano, venerdì 21 gennaio 1938).
Gli occhiali sfocati dell’ideologia impedirono a Barblan di leggere i primi anni del secondo conflitto mondiale nella loro prospettiva tragica che avrebbe fatto giustizia di tutti i miti della vittoria e della grandeur nazionale. Commentando un Cinegiornale proiettato contemporaneamente nel Cinema Centrale di via Posta e nel Cinema Roma (angolo dell’allora viale Roma, oggi via Marconi, e via Cappuccini), Barblan così si esprime: “Dopo le cronache della guerra narrate dalla radio, dopo quelle descritte dai giornali, ecco lo schermo che raccoglie le visioni più significative di questo gigantesco cozzo che ha per campo intere nazioni europee. Documentari destinati a restare per perpetuare nel tempo quelle gesta, che un giorno i poeti canteranno con l'impeto che ha eternato la pagina di gloria e di ardimento della storia umana. Dopo la conquista della Polonia cui assistemmo pochi giorni or sono, è adesso la volta della battaglia delle Fiandre [La battaglia del Lys, combattuta nel maggio 1940, è un episodio dell'offensiva della Germania nelle Fiandre], che, come disse il Führer, avrebbe deciso di mille anni di storia germanica. Forse noi, attori o spettatori di queste pagine di lotta e di vittoria, non possiamo valutare in tutta la loro portata gli avvenimenti che si sono succeduti nelle ultime settimane, ma certo che il contatto visivo con i quadri bellici ha la potenza di risvegliare in noi impressioni assai più dense di realtà che non in narrazione più colorita. […] E su questa visione che, senza alcuna retorica, ci presenta l'inesorabile sorte della ciclopica battaglia alcuni quadri di prigionieri ci dicono a quali mani le potenze occidentali avevano affidato i loro destini: sono le negre faccie [sic] di senegalesi, di marocchini, di indiani che i francesi e inglesi avevano arruolato per difendere l’onore della propria bandiera nella speranza di far loro massacrare gli europei d'oltre Reno. Perciò le fiamme che si elevano all'orizzonte sopra le città conquistate hanno tutto il sapore del fuoco purificatore di un mondo e di un'epoca in sfacelo.” (“La battaglia delle Fiandre”, in La Provincia di Bolzano, domenica 23 giugno 1940)
Quest’incrollabile fiducia nella vittoria finale delle forze dell’Asse emerge anche in diversi articoli firmati da Barblan negli anni successivi: “a vittoria conseguita” è l’espressione ricorrente impiegata a mascherare questa illusione che nel corso del 1943 si infrangerà definitivamente quando dovrà fare i conti con una realtà ben diversa da quella auspicata. Al termine della recensione di uno degli ultimi spettacoli lirici andati in scena nel Teatro “Verdi” comparve infatti questo sinistro monito: “Al ristorante, non pretendere che ti siano servite vivande oltre la lista prescritta. Rifiuteresti di accettare la tua parte di sacrificio nelle restrizioni imposte dalla guerra, e non saresti, quindi, meno colpevole del trattore che ti accontenterebbe per specularvi sopra.” (“L’inaugurazione della stagione lirica al “Verdi”. Il grande successo di “Tosca” nella interpretazione di Maria Caniglia”, in La Provincia di Bolzano, venerdì 14 maggio 1943).